Archivio per la categoria: Leggendo Epruno (Incontri Eprunistici)

“Il Trasloco”

egli ovunque è passato,

tutto ha sentito.

Sembrerebbe quasi un grande eufemismo parlando di Ludwig Van Beethoven.

beethovens-piano-1344527332-article-0Egli ovunque è passato, non solo musicalmente, ma ahimè anche materialmente. Una persona normale affronta mediamente tre traslochi nella propria vita, Beethoven nella sola Vienna in 35 anni di soggiorno, dal 1792 al 1827, anno della sua morte, effettuerà non 5 traslochi, non 10 traslochi, voi penserete a questo punto 50 ed io vi dico no, soltanto 65 e secondo alcuni storiografi, anche se non è provato, si parla di almeno 80 case.

Cercare casa per il Beethoven, non sarà stata cosa semplice se si mette insieme il cocktail esplosivo di un carattere difficile, un pianoforte da trasportare, la voglia di restare lontano dallo sguardo dei curiosi e padroni o vicini di casa non sempre avvezzi e ben educati all’amore per la musica classica e pensate quanto potesse esser diventato difficile ma mano che la perdita dell’udito progrediva.

Tuttavia, saltando di casa in casa ha prodotto incomparabili sonate, concerti, marce e sinfonie.

Vienna dovrebbe essere pregna della presenza di Beethoven, ma tuttavia non sono molte le strutture rimaste ai giorni d’oggi. Il Ludwig Van, passerà dai luoghi più disperati grazie ad amici benefattori, ma di tre persone voglio parlare per farvi capire che carattere avesse Beethoven.

Pasqualati era un “bravo cristiano” se è vero come è vero che sarà il suo padrone di casa più duraturo e che gli rimarrà legato fino alla morte del compositore.

Difatti, facoltoso mecenate delle arti di Vienna, il barone Johann Pasqualati ereditò un bel palazzo di quattro piani sul Mölker bastei, che ancora oggi si affaccia sui bastioni a ridosso dell’attuale Ring a ovest e nord-ovest della città.

Ma come avviene la loro conoscenza? Nell’autunno del 1804 – un anno pieno che aveva visto Beethoven lasciare il suo alloggio nel “Theater an der Wien” dopo che il suo contratto era stato risolto, conosciuto dal compositore per la prima volta nel 1803 quando era sotto la direzione di Emanuel Schikaneder, colui che scrisse il libretto per Mozart del “Flauto Magico”, e diresse la sua prima performance oltre a ricoprire il ruolo di Papageno, chi ha visto il film AMADEUS, avrà identificato di chi stiamo parlando.

Beethoven condivise un appartamento nell’edificio del teatro insieme a suo fratello Carl, qui avviene la prima esecuzione la Seconda Sinfonia, il Terzo Concerto per pianoforte.
Quando nel 1804 il teatro viene acquistato dal direttore del Teatro della Corte, il barone Peter von Braun che con Beethoven aveva un rapporto burrascoso, approfittando della scadenza del contratto, Ludwig Van, viene anche buttato fuori casa.

Beethoven frequentemente continuerà a tenere concerti presso il Theater an der Wien, preferendolo per la sua atmosfera informale. Qui avverrà anche la prima esibizione della Terza Sinfonia “L’Eroica”.

Cacciato dal teatro, si trasferirà con il suo amico Stephan von Breuning, in una nuova residenza, ma per un breve periodo conclusosi quando i due ebbero un grave disaccordo.

Fu così che Ferdinand Ries, giovane amico e assistente di Beethoven, gli trovò un appartamento al piano superiore della casa di proprietà di Barone Pasqualati.
Esso consisteva di due camere con splendida vista sulla Glacis al Bosco Viennese.

Ma ne doveva avere pazienza il nuovo padrone di casa, visto che un giorno, senza chiedere il permesso del Barone Pasqualati, e con grande disappunto degli altri inquilini del palazzo, per permettersi la vista sui giardini del Prater a est, Beethoven decise di aprirsi una finestra nella parete est. Altro che comunicazione all’edilizia privata.

Quando Pasqualati gli rivolse un reclamo, in realtà mite, Beethoven rispose che il barone avrebbe dovuto essergli grato per le migliorie da lui apportate all’appartamento!

Beethoven rimase affittuario dell’appartamento a partire dall’autunno 1804 fino alla primavera del 1815, con due sole pause dall’autunno 1808 alla fine del 1810, e dal febbraio al giugno 1814. In quell’occasione Beethoven chiese a Pasqualati di tenere l’appartamento a disposizione per lui anche quando lui non c’era, cosa che il Barone fece ben volentieri.

Beethoven in modo spriggiuso si divertiva a constatre il disagio che le quattro rampe ripide di scala, apportavano ad alcuni dei suoi visitatori, soprattutto al violinista Ignaz Schuppanzigh in evidente sovrappeso, il quale giungeva alla meta, come suol dirsi con “la lingua a fascia collo”. Chi di voi ha avuto modo di visitare la “Pasqualati House” non potrà che solidarizzare con Schuppanzigh!

Beethoven incontrò Ignaz Schuppanzigh (1776-1830) subito dopo il suo arrivo a Vienna, nei locali dell’Hotel zum Weissen Schwan dove Beethoven era d’uso la sera alle sette bere del vino rosso, con gli amici della piccola comunità espatriata dalla Germania. I due rimasero amici e stretti collaboratori musicali per il resto della vita di Beethoven. Schuppanzigh era un violinista famoso e leader del Quartetto del Principe Lichnowsky. Nel 1808 fu ingaggiato dal Conte Razumovsky come leader di un quartetto stabile nel palazzo del conte. Il quartetto fu sciolto otto anni più tardi dopo l’incendio che distrusse il palazzo.

Schuppanzigh fu regolarmente il primo a suonare ogni nuova composizione per violino di Beethoven, ed è stato primo violino nelle prime esecuzioni degli ultimi Quartetti (eccezion fatta per l’Op. 131).

Fu anche direttore d’orchestra per la prima esecuzione della Nona Sinfonia al Teatro Kärntnertor il 7 maggio 1824.

Schuppanzigh era enormemente grasso, e passava il tempo, come accennato, regolarmente a lamentarsi di dover salire quattro piani a piedi dell’appartamenti di Beethoven nel Pasqualatihaus. Beethoven prendeva in giro la grassezza di Schuppanzigh, fino a comporre un pezzo per celebrare “l’Elogio della Grassezza” (di Dickens) (WoO 100), per pieno corale e tre voci soliste maschili, la prima linea di cui è “Schuppanzigh ist ein grumo” “[Schuppanzigh è un falso].

Beethoven compose anche un canone breve, WoO 184, per festeggiare il ritorno Schuppanzigh dopo sette anni trascorsi a St Petersburg nel 1823, e lo chiamò scherzosamente Sir John Falstaff.

Ma torniamo alla Pasqualatihaus, dove Beethoven compose molte delle sue opere più importanti, tra le quali la Quarta, Quinta e la Settima Sinfonia, Fidelio, Quarto Concerto per pianoforte, Concerto per violino, archi e Quartetti op. 59 (Razumovsky) e op. 95 ‘Serioso’.

L’appartamento è stato conservato nel suo stato ed è oggi un museo di Beethoven.

Esso contiene numerosi reperti e oggetti personali di Beethoven, tra cui trombe auricolari, un dispenser per il sale ed il pepe, e una ciocca dei suoi capelli.

La stessa porta verde che era stata la porta dell’appartamento di Schwarzspanierhaus, sua ultima dimora, durante la malattia finale di Beethoven è custodita lì, e sul muro accanto è appesa una copia del dipinto, per lui molto prezioso, del nonno di Beethoven. (L’originale è nel Historisches Museum der Stadt Wien.)

Nel 1814 Beethoven compose un’elegia (op. 118) per il terzo anniversario della morte di Eleonora la moglie Pasqualati, e nel 1815 lo presentò con un canone (WoO 165) come un dono per il nuovo anno.

Durante la malattia finale di Beethoven Pasqualati gli inviò diversi doni da mangiare, per il quale Beethoven gli fu molto grato.

Ma andiamo ad un’altra importante residenza alla quale Beethoven giunse nell’aprile 1802 ascoltando il medico Johann Schmidt, che all’insorgere dei primi sintomi della sordità gli prescrisse un soggiorno lontano dal caldo e dal rumore della città trascorrendo l’estate nella tranquilla zona di Heiligenstadt, fuori città per permettere al suo udito di riprendersi sicuramente dal blocco temporaneo che lo interessava.

Beethoven aveva 31 anni quando scrisse il testamento di Heiligenstadt, ispirato al termine del suo prolungato soggiorno estivo nel villaggio, soggiornando in una casa sulla Herrengasse, oggi la Probusgasse, di proprietà di un certo Binder Mathias, costruita attorno a un piccolo cortile con un tiglio al centro, due stanze e una piccola cucina sul retro della casa, che si affaccia sul giardino, li completò  la Seconda Sinfonia e compose le “Variazioni Prometeo”.

Dal 1808 Beethoven trascorre quindi altre due estati a Heiligenstadt, soggiornando in una casa nel Grinzingerstrasse, con le stanze del primo piano prospicienti sulla strada, mentre nei locali sul retro confinava con la casa del giovane Franz Grillparzer, che li abitava con la madre e il fratello e che diverrà il drammaturgo più famoso d’Austria oltre che amico del compositore tanto da scrivere l’elogio funebre di Beethoven in occasione della sepoltura.

Beethoven non digeriva la figura della madre, la Frau Grillparzer, la giudicava invadente ed attentatrice della sua privacy, tanto che si racconta che in una occasione Beethoven spalancò la porta e scopri la Frau seduta felice sul pianerottolo esterno che ascoltava senza farsi vedere Beethoven che suonava il pianoforte. Il Ludwig Van si arrabbiò a tal punto che si rifiutò di continuare a suonare ancora, e minacciò persino di bloccare la porta che dava sul pianerottolo, nonostante la Frau prometteva a Beethoven di non disturbarlo. Durante questo soggiorno Beethoven compose la Sinfonia Pastorale.

Beethoven morì il 26 Marzo 1827 dopo una lunga e dolorosa malattia. Tre giorni dopo la sua bara venne, portata in corteo funebre per le strade di Vienna, davanti a una folla di 20.000 persone al cimitero del villaggio di Währing, a ovest di Vienna, dove l’attore Heinrich Anschütz, lesse, attraverso i cancelli del cimitero, per rispetto ad una assurda ordinanza, l’orazione funebre composta da Franz Grillparzer, si quello della madre scassa cazzi:

“Dal tubare della colomba allo scrosciare della tempesta,

dall’impiego sottile dei sagaci artifici al tremendo limite in cui la cultura si perde nel tumultuante caos della natura,

egli ovunque è passato,

tutto ha sentito.

Chi verrà dopo di lui non continuerà,

dovrà ricominciare, perché questo precursore ha condotto l’opera sua fino agli estremi confini dell’arte”.
(Franz Grillparzer, orazione funebre, 29 marzo 1827)

L’eterno riposo è riposo per tutti, ma non per Beethoven, che trovò il modo di traslocare anche da morto, difatti il 13 ottobre 1863 il corpo di Beethoven e quello di Schubert, sepolto vicino per espressa volontà un anno dopo la morte di Ludwig Van, vennero riesumati, i loro scheletri esaminati e seppellito in una bara di rame in nuove tombe adiacenti. Finisce qui direste voi, e no, nel 1888, dopo che si decise di chiudere il cimitero Währinger, i corpi di Beethoven e Schubert furono nuovamente riesumati e il 22 giugno e seppelliti, vicini nel nuovo, all’ora cimitero Zentralfriedhof, (1874)  il principale cimitero a sud-est della città, dove si trovano oggi. I viennesi riferendosi a questo grande cimitero pieno di tombe monumentali di grandi personaggi storici, affermano con ironia che esso è grande quanto la metà delle dimensioni di Berna, ma due volte più divertente.

L’Unico Brigante

wagnerCarissimi …..Il WOMAD ha dato l’opportunità di vedere grandi artisti, transitare per una sera sui nostri palchi, ma vi fu un periodo nel quale, i grandi musicisti con “M” maiuscola, non solo giungevano a Palermo, ma vi soggiornavano per alcuni mesi. Fu così che il 5 novembre 1881 Richard Wagner sbarco a Palermo dal vapore Simeto, dopo una traversata nel tirreno certamente accompagnata da “ammareggiamenti”, esperienza condivisa da altri grandi viaggiatori in visita alla nostra terra, mise piede città per dirigersi verso il “Grand Hôtel et des Palmes”. Il suo soggiorno in città durerà fino al marzo 1882.

E si quella a quell’epoca, con i grandi viaggiatori, gli albergatori si facevano la rendita, come si direbbe dalle nostre parti, vista la durata dei soggiorni.

Wagner, giunge in città “vicchiarieddru” e pure ammalato, nervoso, irritabile, soggetto a forti dolori al petto, ma con un obiettivo, quello di concludere il suo “Parsifal”. I medici gli avevano consigliato di lasciare l’umida Bayreuth e di andare a svernare in una città dal clima mediterraneo dove gli avrebbero giovato lunghe passeggiate. Wagner di fatti rimane conquistato dal clima di Palermo, tanto da dire: «Qui c’è soltanto primavera ed estate», ma ……

Immaginate una star dei giorni d’oggi, che giunge a Palermo, con problemi di salute e con il desiderio e la necessità di ultimare una propria opera. Non c’è alcun dubbio che la parola “privacy” doveva campeggiare a caratteri cubitali su tutto ciò che lo riguardava. Di fatti anche la scelta del miglior albergo avrebbe dovuto far capire che il Maestro era un individuo che non amava immischiarsi tra la gente. Ed è così che per rispettare il desiderio del compositore il  “Giornale di Sicilia”, dà discreta notizia, all’indomani dell’arrivo, «E’ arrivato il celebre compositore tedesco…….tanto conosciuto per le sue ardite innovazioni musicali e come il capo di quella scuola che si chiama dell’avvenire».

Anche se qualcuno ancora non lo conoscesse, la frittata era fatta.

Inutile dire che i salotti nobili annoiati di una volta fecero da quel momento a gara per garantirsi la presenza e dare ospitalità all’illustre visitatore.

Ma credetemi, il Maestro era un tipo strano …. Un tipo di carattere. Per chi ancora non avesse compreso il personaggio, basterà citare un articolo di Roberto Alajmo dove si racconta dell’incontro a distanza, avvenuto ad Acireale, tra Wagner e l’eroe dei due mondi. Accadde che il treno che trasporta Garibaldi (siamo

nel 1882 e Garibaldi è anch’esso vecchio e famoso) si ferma alla stazione, proprio di fronte all’Hotel delle Terme, residenza temporanea di Wagner. Mentre la folla era in visibilio ed acclamante, il compositore in vestaglia scese in strada incuriosito e chiese al direttore dell’albergo chi fosse quel vecchio acclamato dalla folla. Il direttore dell’albergo, meravigliato rispose, “l’eroe dei due mondi” e Wagner disse: “Ah!“. A sua volta Garibaldi, non fu da meno, anche lui “un tipino” e vedendo dal treno, chiese ad un suo accompagnatore chi fosse quella figura venerabile in vestaglia, e gli fu risposto anche in questo caso con meraviglia, “l’inventore della musica dell’avvenire”. E Garibaldi disse: “Ah!”. Nessuno dei due si mosse, ed il treno ripartì senza che i due si “cacassero di striscio”!. Un incontro epocale scandito da due “Ah!”

Il Maestro non voleva fare vita sociale. A differenza di Goethe che andava cusciuliannu città, città, Wagner si limitò a vedere la valle dei Templi, la cattedrale di Monreale con i suoi mosaici e soprattutto, come tutti i tedeschi, la tomba del suo imperatore Federico II, in cattedrale. Wagner per sua sfortuna, non venne solo a Palermo, ma con sua moglie Cosima Liszt, figlia del famoso compositore, e si sa come sono convincenti le mogli, quando si mettono “cca minutiddra”. Cosima, scrive in una lettera «La mattina si lavora, a mezzogiorno si passeggia, all’una si desina, alle tre si ripasseggia, alle cinque si lavora, alle sette si pranza e dopo si va al letto». Avrebbe voluto dire: “Che palle!” Un programma ferreo che Wagner mantiene almeno sino a quando non finisce di scrivere il “Parsifal” e fino a quando non verrà irretito dalla ospitale e aristocratica mondanità cittadina. Ad esempio, certamente sarà stato grazie alle insistenze di Cosima che Renoir, anche esso a Palermo, potè fare il ritratto al Maestro. Questi fingendo allegria, mentre posava, ma nascondendo tanto nervosissimo, alla fine guardando il risultato finale del dipinto, smorzo l’entusiasmo del maestro pittore dicendo: “Ah! Assomiglio a un pastore protestante” il che era vero. Dicevamo che Wagner completò la partitura del “Parsifal” a Palermo, all’Hotel des Palmes che ne ricorda l’evento con una lapide ed un busto bronzeo. Non rimane, invece, traccia del Signor Ragusa, proprietario dell’Hotel con il quale Wagner litigava in continuazione, tanto da decidere di cedere alle insistenza di Cosima, certamente più tavuliddrara, e dopo aver declinato l’offerta della prestigiosa villa di Camastra dei Tasca, le offerte dei Lanza ed i Mazzarino, finirà per accettare

l’ospitalità di Villa Porrazzi di proprietà dei Gangi, non più esistente poiché distrutta dai bombardamenti, in località Porrazzi. Il Maestro per non smentirsi, pur grato dell’ospitalità passerà tutto il tempo a lamentarsi poiché a suo giudizio la villa appariva fredda ed umida tanto da ammalarsene e far fagotto e trascorrere le sue passeggiate dentro il parco della vicina villa Tasca. Cosa rimarrà in Wagner negli ultimi due anni della sua vita, di questo soggiorno palermitano? Ma certamente il ricordo del Signor Ragusa, del quale parlando con i suoi altolocati amici dirà:“ l’unico brigante che ho conosciuto in Sicilia”. …… Potenza della promozione turistica!!!!

L’Ottimismo è il Profumo della Vita – 1°

Carissimi …… Oggi per non parlare di politici, o di personaggi dei quali nessuno si ricorderà mai tra qualche anno, mi è gradita l’occasione di parlare di “cultura” e di scherzare sopra cose “serie” nello spirito che ci contraddistingue e perché no, se è possibile, fare anche informazione!!!!!

Oggi vi parlero della curiosa figura del grande Mahler, che io definirei “L’uomo che seppe andare oltre il nove, ma non arrivò al dieci!!”. Quanto detto vi sarà chiaro tra poco.

Chi ama la musica classica, sa di quanto immensa sia la profondità della produzione sinfonica di Gustav Mahler che pregna il secolo romantico di capolavori quali la Prima sinfonia in Re maggiore Il Titano, ispirata all’omonimo romanzo di Jean Paul , La Quarta sinfonia (1900), in sol maggiore (che concluse la trilogia delle sinfonie vocali, la seconda, la terza e la quarta), tematicamente legate ai lieder  e La Nona sinfonia, in Re maggiore, considerato vertice delle composizioni sinfoniche del secolo, (del 1909).

Eppure Mahler tento di sottrarsi alla “maledizione del 9” che accompagno tutti compositori dell’epoca classica e romantica. Probabilmente quando tra di loro i musicistisi incontravano , avevano la stessa abitudine degli studenti universitari nel chiedersi “quante materie hai dato” chiedendosi a loro volta “quante sinfonie hai composto?”

Ed alla loro risposta: “Nove” certamente era prassi tra i maestri d’orchestra, toccarsi le parti basse per scaramanzia, è prepararsi mentalmente ad un funerale molto prossimo!!!

A parte Mozart ed Haydn, di periodo neoclassico, che composero rispettivamente 41 e 104 sinfonie, il resto dei grandi compositori non andò oltre la “nona”, come Bruckner che Il 2 ottobre 1896, mentre siede al pianoforte intento a comporre il Finale della Nona avverte un brivido, si alletta e si spegne;

Dvorak che tra l’inverno e la primavera del 1893, mentre era a New York, scrisse la sua ultima Sinfonia, la n. 9 detta “Dal nuovo mondo” e da quel momento, fino all’anno della sua morte, il 1904. si ritrovò in serie difficoltà finanziarie, poiché aveva venduto le sue molte composizioni per così poco che a stento aveva qualcosa con cui vivere;

Prokofiev scrive la sua ultima opera nel 1952, è la Settima Sinfonia (nona se si considerano 2 sinfonie giovanili), Morì il 5 marzo 1953 per una emorragia cerebrale.  La notizia della sua morte passò pressoché inosservata perché lo stesso giorno morì anche Stalin.

Al suo funerale, organizzato il giorno seguente a quello dello statista, parteciparono solamente 40 persone;

Beethoven nel 1824, ormai sordo, compone la 9ª sinfonia è la sua ultima, morirà nel 1927. ……..

 

PROLOGO: “Il XII Comandamento”

424eab37edSi racconta che quando Mosè salì sul monte Sinai convocato da Dio per ricevere i comandamenti, torno con tre tavole di pietra contenenti ognuna cinque comandamenti. A noi inspiegabilmente sono giunte soltanto due tavole e quindi i dieci comandamenti che tutti conosciamo. Sulla sorte della terza tavola regna il mistero, anche se alcune indiscrezioni parlano di cinque comandamenti molto importanti andati persi ma tramandati per via orale dai vecchi saggi in Medio Oriente. A noi ne è giunta memoria soltanto di due di loro, anche se la chiesa non ne ha voluta ufficialmente ammettere la veridicità. Il primo dei due e quindi l’XI comandamento è certamente quello più applicabile, poiché esso ordinava: “Fatti i cazzi tuoi!” Quanta saggezza ma quanta inottemperanza e difatti, a meno di sporadici casi, la violazione di questo comandamento avrebbe portato a un cosiddetto peccato veniale.

Il secondo dei comandamenti andati persi è quindi il XII che sembra ordinasse “non sprecare la tua vita” e avrebbe certamente comportato un peccato mortale nella sua violazione e si comprende il perché ci possa esser stato del dolo nel farlo scomparire insieme alla terza tavola che lo conteneva. Il XII comandamento è certamente un principio inviso ai potenti, a tutti quelli che usano il prossimo per ottenere i propri fini, inducendo l’individuo spesso a una vita di merda legata a poca autostima di se stessi. Di contro è anche il peccato inviso ai mediocri poiché punisce la mediocrità e quindi pensate quanti nemici un principio del genere si sarebbe guadagnato.

Il XII comandamento è il peccato di tutti quelli che in preda alla confusione sprecano la propria vita e il proprio tempo andando dietro a falsi ideali, a progetti irrealizzabili, a imprese non remunerate, a mitici personaggi spesso detti “afferra cazzi nt’allaria”! Il XII comandamento è un peccato mortale, poiché come dicevamo non solo, ci distrae dal diritto di vivere una buona qualità di vita, ma ci fa dimenticare che la nostra vita è in comodato d’uso, pertanto non conoscendo il momento in cui questa ci sarà richiesta in dietro, abbiamo il dovere di considerare ogni giorno sempre più prezioso, andando avanti.

Rimane quindi in noi la piena certezza che è vero che si possa esser indotti in tentazione, ma proprio per questo è anche vero che un buon controllo della nostra esistenza e delle nostre frequentazioni ci permetterebbe di tenerci immuni da questo importante peccato. Una cosa è certa, anche se siamo nel peccato, anche se abbiamo buttato all’aria le nostre ambizioni e sprecato il nostro tempo, c’è sempre un momento in cui si può dare un’inversione di tendenza, bandendo qualunque falsa coerenza. Le cose che facciamo sono importanti perché siamo noi a farle.

Se siamo ancora in grado di darci un valore, troveremo nascosto in noi, in qualche remoto cassetto, il coraggio d’incazzarci e di dire un bel inatteso “vaffanculo” a chi da noi si attende soltanto obbedienza e ipocrisia. Liberandoci da questo peso otterremmo l’irreversibile risultato di un cambiamento di strada e di ambienti, …………. Ma se ciò ci fa star bene?

CAP. 3 – Gli Attraversamenti: “U Sa Fari a Chimenti”

3.2.1U sa fari a Chimenti?” Questa era la domanda frequente verso la fine degli anni settanta quando i ragazzini giocavano per strada con il pallone evocando i campioni del calcio. Ma chi era Chimenti e soprattutto cosa significava “fare Chimenti?”  Chimenti Vito da Bari, nella stagione 1977-1978 proveniente dal Matera giunge  al Palermo in Serie B, dove gioca due stagioni ad alto livello con 29 reti complessive. Grazie anche ai suoi goal, la squadra rosanero otterrà un sesto e un settimo posto. Cosa significava “fare a Chimenti?

Pochi sanno che per il popolo di fede rosa-nero, l’inventore della bicicletta è stato Vito Chimenti e poco importa se nel resto del mondo tutti attribuiscono al barone Karl Von Drais, da Baden in Germania, l’invenzione nel 1817 della “draisina”, la prima bicicletta antesiniana, ma a Palermo a parlar di bicicletta ancorchè di Totò Cannatella, si doveva parlare di Chimenti, causa il famoso suo gesto tecnico, “pallone alzato di tacco da dietro per superare l’avversario con un pallonetto” battezzato la “bicicletta”, che faceva impazzire lo Stadio della Favorita.

Fare a Chimenti”, significava fare il gesto tecnico della “bicicletta”. Per molto tempo tutti i più famosi difensori delle squadre avversarie, subirono la “bicicletta” fin quando un terzinaccio di mestiere, alle sue ultime partite in carriera, di nome Ubaldo Spanio da Chioggia, con la maglia del Varese, non ne neutralizzò l’effetto.

Ma non finisce qui ….. la presenza nel Palermo di Chimenti, viene segnata da un mistero legato alla sua partecipazione alla finale di Coppa Italia 1978-1979, dove con un suo gol al primo minuto di gioco, il Palermo passa in vantaggio perdendo poi la partita, dopo esser stato raggiunto in 11 contro 10, da un goal di Brio a 9 minuti dal termine e superato nei tempi supplementari da un definitivo goal di Causio. ………… Chimenti in quell’incontro, dopo aver fatto impazzire la difesa per 45 minuti viene sostituito durante l’intervallo inspiegabilmente, si dirà successivamente a causa di un infortunio procurato da Cabrini.

CAP. 3 – Gli Attraversamenti: “Mark David”

3.3«Ehi, Mr. Lennon!», gridò il ragazzo richiamando la sua attenzione, prima di sparargli contro cinque colpi di pistola. Lennon ebbe appena il tempo di fare ancora qualche passo mormorando «I was shot…» “Mi hanno sparato”. Chi glielo portava a Mark David, questo era il nome del ragazzo, ex guardia giurata, con un passato complicato alle spalle da tossicodipendente, a sparare addirittura a John Lennon? Qualcuno dice la lettura di “Il giovane Holden” e il modello del protagonista Holden Caulfield, tanto da fargli affermare: « Sono sicuro che una grossa parte di me sia Holden Caulfield protagonista del libro di SalingerIl giovane Holden” e una piccola parte di me deve essere il diavolo »

Una cosa era certa: “non stava bene!” Fun dei Beatles e di Lennon in particolare, arrivò a sposare nel 1979 una donna americana di origine giapponese – Gloria Hiroko Abe che gli ricordava Yoko Ono. Col tempo si convinse che Lennon aveva tradito gli ideali della sua generazione e si sentì investito della missione di punirlo.

Gli fu chiesto qualche tempo dopo: “ma perché proprio lui?”  Egli rispose: «attraverso le lenti della malattia, mi sembrò l’unico modo per liberarmi dalla depressione cosmica che mi avvolgeva. Ero un nulla totale e il mio unico modo per diventare qualcuno era uccidere l’uomo più famoso del mondo, Lennon» …… «A otto anni ammiravo già i Beatles, come tanti altri ragazzini». Eppure qualcosa avrà pure fatto scattare la molla? «Mi sentivo tradito, ma a un livello puramente idealistico. Vagando per le biblioteche di Honolulu mi imbattei in John Lennon: One Day at the Time. Quel libro mi ferì perché mostrava un parassita che viveva la dolce vita in un elegante appartamento di New York.

Mi sembrava sbagliato che l’artefice di tutte quelle canzoni di pace, amore e fratellanza potesse essere tanto ricco. La cosa che mi faceva imbestialire di più era che lui avesse sfondato, mentre io no. Eravamo come due treni che correvano l’uno contro l’altro sullo stesso binario. Il suo “tutto” e il mio “nulla” hanno finito per scontrarsi  frontalmente. Nella cieca rabbia e depressione di allora, quella era l’unica via d’uscita. L’unico modo per vedere la luce alla fine del tunnel era ucciderlo». Chapman si era già recato a New York un’altra volta, in passato, con l’obiettivo di uccidere Lennon, ma desistette dall’intento.

Fu così che l’8 dicembre 1980, Chapman si appostò davanti all’entrata della residenza di Lennon, il palazzo The Dakota in Central Park a Manhattan (New York City) e quando questi uscì gli strinse la mano e si fece firmare un autografo sulla copertina di Double Fantasy, ultimo album di Lennon. Mark rimase in attesa sul posto per altre quattro ore. Alle 22.52, vedendo Lennon rientrare insieme alla moglie Yoko Ono, Chapman lo chiamò, rivolgendosi a lui con un «Ehi, Mr. Lennon!», quindi gli esplose contro cinque colpi di pistola, quattro dei quali colpirono Lennon e uno di questi trapassò l’aorta, ma sono certo che nella mente di Lennon, prima di perdere i sensi, guardando Mark, passò questo pensiero:“You came out from the house to ruin me?”, cioè “niscisti da casa ppi cunsumari a mia?

I primi poliziotti ad arrivare sul luogo del delitto si accorsero subito che le ferite riportate da Lennon erano molto serie, non potendo aspettare l’arrivo dell’ambulanza, decisero di caricare il corpo di Lennon nell’auto di servizio per condurlo al vicino Roosevelt Hospital, dove John Lennon fu dichiarato morto alle 23.07.  Al momento dell’omicidio, Chapman aveva con sé una copia de Il giovane Holden. Dopo aver sparato, rimase impassibile sulla scena del crimine, tirò fuori la sua copia del libro e si mise a leggere fino all’arrivo della polizia. Il custode del Dakota Building, gridò a Chapman: «Lo sai che cosa hai fatto?», al che Chapman rispose con lucida freddezza: «Sì, ho appena sparato a John Lennon».

CAP. 3 – Gli Attraversamenti: “Gli Attraversamenti”

New York Times SquareLa Vita è come una Strada. Quante volte avrete sentito questo paragone. Ma ancora oggi possiamo dire che nella propria vita ognuno ha la sua Strada da percorrere. Si sono spese anche canzoni nel celebrare questo concetto. Quindi le nostre vite sono come un fascio di strade messe insieme, non sempre parallele, più lunghe o più corte, più larghe o più strette, più semplici o più tortuose, più impervie o più in pianura. Ognuno di noi nasce e viene messo quindi nella propria carreggiata, ed inizia fin da subito a correre. Ma se ognuno ha la sua carreggiata, la sua strada segnata, come avvengono gli incontri con gli altri individui? Giusta osservazione ……. Gli incontri con gli altri individui possiamo affermare che avvengono tramite gli “ATTRAVERSAMENTI”!

Ognuno percorre la propria vita, in funzione della propria strada segnata ed incontra gli altri tramite degli attraversamenti, in alcuni casi tramite degli incroci. Ma mentre l’incrocio è un casuale attraversamento che dura un istante ed in quell’istante può realmente determinare due vite o non lasciare alcuna traccia nelle stesse, l’attraversare la vita altrui spesso ti segna e ti determina dei cambiamenti irreversibili. L’incrocio è breve e può esser regolato da dei criteri prestabiliti, l’attraversamento invece è “selvaggio”, può durare a piacimento, può esser fatto in qualunque direzione e può esser così lungo da dare la sensazione che due individui stiano percorrendo la stessa strada. Si può contemporaneamente attraversare la strada e quindi la vita di più persone, senza che comunque tutte queste, ne abbiano una piena consapevolezza. Si può attraversare contemporaneamente più vite, nel rispetto delle regole, avendo fiducia che questi ne abbiano piena consapevolezza e soprattutto comprendano quando è momento di fermarsi per lasciarti il passo, evitando quegli incidenti che possono cambiare per sempre la nostra vita, la vita altrui o entrambe …

CAP. 3 – Gli Attraversamenti: “Cosa c’è Dopo la Morte”

Nuova immagine (4)Arrivò mentre dormivo, un venerdì! Non vi fu modo migliore. Fu così che a conferma di quanto mi avevano sempre raccontato, intrapresi a camminare in un breve tunnel di luce bianca, luminosissimo, abbagliante al quale non ero certo preparato, mista a fumo bianco e un miscuglio di odori che se non fossimo stati, avrete capito dove, avrei certamente affermato trattarsi di fumo di spinello. All’apparenza, non c’era nessuno, il cancello era aperto, sarà stato l’effetto del fine settimana e quindi entrai senza che nessuno mi chiedesse nulla.

Superato l’ingresso, sentii chiaramente della musica venire da una precisa direzione e mia somma sorpresa fu quella di percepire chiaramente, non un coro di voci bianche, ma del jazz, con la precisione, un terzetto jazz e non appena quella nebbiolina si dirado, mi trovai a qualche metro circa da un bianco pianoforte a coda dove un ridente anziano uomo “abbronzato”, vestito di bianco e con una barba bianca, si stava divertendo in piena jam-session, in compagnia di un contrabbasso, di un sax e una batteria.

Quel vecchio, non appena vistomi, senza smettere di suonare, trovò il modo con la mano destra di farmi cenno per avvicinarmi e spostando le dita verso la bocca mi fece  intendere che aveva da parlarmi. Poi disse chiaramente: “Veni cca” ed io , facendo cenno a me stesso per chiedere se avessi capito bene, risposi balbettando per l’emozione: “Chi Io?” e lui fece cenno di si con la testa, mentre continuava a suonare il piano. Così avvicinatomi dissi: “Eccellenza, Santità, come dovrei chiamarla?” Lui rispose: “ne avete utilizzati tanti nomi, fa tu” ed io “ma parlate siciliano?” E Lui: “Io parlo tutte le lingue per farmi capire, del resto, la Torre di Babele, l’avete inventata voi”.

Continuo a suonare per altre quattro battute e all’improvviso mi chiese:“Sei felice?”  Ed io sia con la testa che con la voce feci cenno di “no” e lui “neanche io! Mi mettete tante preoccupazioni, spesso inutili, l’avervi creato a mia immagine e somiglianza non si è rilevato un affare. Mi coinvolgete spesso nelle vostre miserie, mi mettete in bocca frasi che non ho detto, mi attribuite fatti che non ho fatto e la mia scrivania di lavoro durante la settimana è piena d’istanze e ricorsi, ma cosa avrei dovuto fare per voi, per farvi felici?

Ed io molto in imbarazzo, facevo cenno con la testa, per chiudere il discorso con una frase fatta del tipo: “d’altronde!” E lui “C’è chi ha addirittura preso per un magnaccio e paraninfo, dicendo in giro che seguendo loro il mio volere in vita, io dopo la morte li ricompenserò con 72 vergini, ma cu sugnu u santi porta puddrasti?” Vi ho dato la migliore religione di questo mondo. Fate ciò che volete per tutta la vita e alla fine con un pentimento, arrivate in paradiso qui, come tutti gli altri.” “Vi ho mandato mio figlio per avvisarvi e me lo avete rimandato indietro in malo modo!” “Adesso che non c’è più nulla da creare, nulla da costruire, faccio il burocrate per sei giorni alla settimana e il settimo giorno non voglio rotti i coglioni e suono!

Ed io: “Santità, ma ha detto una parolaccia? Si possono dire le parolacce? Non è peccato?” E lui: “ormai, che ti può capitare? Muristi …..”

Quella musica fu interrotta a un certo punto da un suono terreno …….. (Suona un telefonino) Lui, alquanto infastidito, prese lo spartito e lo buttò per terra, poi successivamente aprì il telefonino e rispose: “Pronto, pronto, …. Come chi sono io? E’ lei che mi ha chiamato, quindi chi è lei e con chi vuole parlare? No scusi allora insiste, è lei che mi ha chiamato! Come ancuora? Che numero ha fatto? 333? E basta ……. si po’ firmari! Chi sono io? Ora ridiemu! Io sono Dio, ora comu ta sbuocci? Se …. A me suoru? Scostumato!”

Chiudendo il telefonino alquanto nervoso, voltandosi dall’altro lato, verso il contrabbassista, trattenendo l’ira con voce flebile disse: “Pietrooooooo, ………. Martin Couper! Appena arriva c’ha parrari ……..!

Mi scusi Santità, ma qui prendono i telefonini? E lui “Nun mi diri nienti, eravamo na paci i lancili ….. e ora è un inferno? Si prima l’inferno era solo sulla terra, ma con queste frequenze libere ……. Nun c’abbastava Radio Maria, ca ma fattu pigghiari custioni cu me figghiu can un voli tuccata a so matri ….. un canali sulu, Radio Maria arriva puru fino a cca!

L’inferno e sulla terra, chiesi io? E Lui “si, io sono pur sempre il buon pastore e dopo che avete vissuto su quella terra, che cosa vuoi trovare di più punitivo?” Quindi, niente fiamme, niente diavoli, niente forchettoni?

E Lui, “na vota, nel medio evo, ormai finiero i ndi ndi e mi permetto soltanto qualche piccola stravaganza!” Continuo: “Ad esempio, l’unica cosa che non riesco a digerire, sono tutti coloro che agiscono in nome mio, facendosi sulla terra i fatti loro, facendomi passare per co-reo e per loro c’è …… (indicandole) le vedi quelle buche, con la gente dentro appesa sotto sopra? Quella è la “ex zona XIX”, la pena per coloro che sulla terra hanno fatto nefandezze in nome mio, chiamandomi a correo ……”

Volli curiosare e mi avvicinai al bordo di una di queste buche dalle quali emergevano soltanto un paio di gambe pelose. La fossa era buia e non riuscii a scorgere il volto, ma sentii una voce dal fondo chiedere: “Cardinal Bertone sei Tu?” e dalle mie spalle sua Eccellenza rispose “No!” … “No! Ancora non è tempo!” Lu i disse: “Mi devi credere costui è una gran camurria e come quelli che negli uffici aprono la porta senza bussare e domandano, si è visto questo, si è visto quello. Qualche centinaio di anni fa aveva na fissazione “Bonifacio” adesso da qualche tempo aspetta a Tarcisio.

Mi venne spontaneo chiedere: “se non esiste l’inferno, anzi è la terra il vero inferno, ma qual’ è allora il senso della vita?” E lui, già pesantemente infastidito: “state a farvi troppe domande! Vi create problemi dove non ce ne sono. Vi ho dato tante cose belle e voi mi ripagate così? Ora fuori dalle palle, che voglio continuare a suonare!”

E si concentrò sulla tastiera. E io risposi: “E io dove vado?” E San Pietro intento sin dall’inizio a suonare il suo contrabbasso mi disse: “ma vattene un po’ a fanculo! Tornatene da dove sei venuto che ancora non è tempo ……”  Molto glamour! Bell’ambiente …..

Fu così che mi svegliai sudato nel mio letto, dopo l’ennesimo incubo causato dalla cena pesante della sera, misi i piedi per terra nel volermi alzare e accanto alle pantofole, scorsi un plettro bianco con su stampato un triangolo equilatero ………….

CAP. 2 – L’Importanza dell’Uomo Comune: “Utili Invenzioni”

2.3(UTILI INVENZIONI – Tiziana Caccamo il 20/11/2015)

Qual è stata secondo l’invenzione ritenuta più utile e che ha migliorato la qualità della vita di tanta gente? Chiediamolo a Thomas Bradford, che è mettendo una dentro l’altra, due gabbie in legno, riempite con acqua e sapone e una manovella, nel 1860 ideo il primo modello di lavabiancheria che aveva già i principi di funzionamento degli apparecchi moderni. In verità Bradford contende il primato a John Hoskins che addirittura nel 1677 aveva messo in atto un cestello di cordame che veniva fatto ruotare a mano sotto un getto d’acqua e William Blackstone che nel 1874, attraverso un barile di legno riempito con acqua calda saponata, scuoteva i panni con un asse muovendosi manualmente in alto e in basso, costruì la sua lavatrice, per fare un regalo alla moglie. Dopo vari perfezionamenti si giunse alla tecnologia efficace dell’agitatore che sviluppata in America, negli anni 20, è sostanzialmente ancora oggi la più diffusa e la più efficace nel mondo.

Chiunque dei tre sia stato l’inventore di questo elettrodomestico so che costui ha da sempre una preghiera di benedizione soprattutto da parte di tutte le donne e rimane uno storico passaggio per l’emancipazione femminile, avendo cambiato il modo di vita di tutti i giorni, visto che il lavaggio degli indumenti assorbiva una grande quantità di tempo e di energia.

Che dire di Ferdinando Meomartini, un folle rivoluzionario se si pensa che da impiegato si pose il problema di snellire le lungaggini burocratiche legate al mondo dell’automobile e nel 1937 propose alle “autorità competenti” di sostituire con fotografie dei documenti di proprietà, di acquisto o vendita delle autovetture, le copie allora compilate ed autenticate a mano dal notaio e che comportavano inevitabilmente lunghissimi tempi di attesa. La sua proposta ovviamente non accolta, anticipava di decenni il ciclostile e la fotocopiatrice.

Ma parallelamente, dall’altra parte del mondo, un avvocato dell’ufficio brevetti di New York di nome Chester Floyd Carlson, inventore nel tempo libero, costretto a spesso copiare documenti a mano nel suo lavoro, afflitto d’artrite, trovando la cosa tediosa e dolorosa, inizio a studiare nuovi metodi di copiatura automatizzata e in particolare basati sulla fotoconduttività. Egli lavorò nella sua cucina di casa e nel 1938 poté brevettare un processo. La prima “fotocopia“. Carlson cercò di vendere la sua idea ad alcune aziende tra cui IBM e General Electric, ma fallì nell’impresa. All’epoca, per effettuare le copie veniva già usata la carta carbone e altre macchine duplicatrici , il processo non era ancora del tutto sviluppato e non fu stimato un mercato remunerativo. Nel 1947 la Haloid, piccola azienda di New York specializzata nella produzione e vendita di carta fotografica, chiese a Carlson la licenza per lo sviluppo e il commercio di macchine copiatrici basate sulla sua nuova tecnologia, ne cambiò il nome in xerografia, (scrittura a secco) e battezzò le nuove macchine copiatrici con il nome di “Xerox”, registrandone il nome anche come marchio commerciale e aziendale.

CAP. 2 – L’Importanza dell’Uomo Comune: “Utili Invenzioni”

2.3(UTILI INVENZIONI – Tiziana Caccamo il 20/11/2015)

Qual è stata secondo l’invenzione ritenuta più utile e che ha migliorato la qualità della vita di tanta gente? Chiediamolo a Thomas Bradford, che è mettendo una dentro l’altra, due gabbie in legno, riempite con acqua e sapone e una manovella, nel 1860 ideo il primo modello di lavabiancheria che aveva già i principi di funzionamento degli apparecchi moderni. In verità Bradford contende il primato a John Hoskins che addirittura nel 1677 aveva messo in atto un cestello di cordame che veniva fatto ruotare a mano sotto un getto d’acqua e William Blackstone che nel 1874, attraverso un barile di legno riempito con acqua calda saponata, scuoteva i panni con un asse muovendosi manualmente in alto e in basso, costruì la sua lavatrice, per fare un regalo alla moglie. Dopo vari perfezionamenti si giunse alla tecnologia efficace dell’agitatore che sviluppata in America, negli anni 20, è sostanzialmente ancora oggi la più diffusa e la più efficace nel mondo.

Chiunque dei tre sia stato l’inventore di questo elettrodomestico so che costui ha da sempre una preghiera di benedizione soprattutto da parte di tutte le donne e rimane uno storico passaggio per l’emancipazione femminile, avendo cambiato il modo di vita di tutti i giorni, visto che il lavaggio degli indumenti assorbiva una grande quantità di tempo e di energia.

Che dire di Ferdinando Meomartini, un folle rivoluzionario se si pensa che da impiegato si pose il problema di snellire le lungaggini burocratiche legate al mondo dell’automobile e nel 1937 propose alle “autorità competenti” di sostituire con fotografie dei documenti di proprietà, di acquisto o vendita delle autovetture, le copie allora compilate ed autenticate a mano dal notaio e che comportavano inevitabilmente lunghissimi tempi di attesa. La sua proposta ovviamente non accolta, anticipava di decenni il ciclostile e la fotocopiatrice.

Ma parallelamente, dall’altra parte del mondo, un avvocato dell’ufficio brevetti di New York di nome Chester Floyd Carlson, inventore nel tempo libero, costretto a spesso copiare documenti a mano nel suo lavoro, afflitto d’artrite, trovando la cosa tediosa e dolorosa, inizio a studiare nuovi metodi di copiatura automatizzata e in particolare basati sulla fotoconduttività. Egli lavorò nella sua cucina di casa e nel 1938 poté brevettare un processo. La prima “fotocopia“. Carlson cercò di vendere la sua idea ad alcune aziende tra cui IBM e General Electric, ma fallì nell’impresa. All’epoca, per effettuare le copie veniva già usata la carta carbone e altre macchine duplicatrici , il processo non era ancora del tutto sviluppato e non fu stimato un mercato remunerativo. Nel 1947 la Haloid, piccola azienda di New York specializzata nella produzione e vendita di carta fotografica, chiese a Carlson la licenza per lo sviluppo e il commercio di macchine copiatrici basate sulla sua nuova tecnologia, ne cambiò il nome in xerografia, (scrittura a secco) e battezzò le nuove macchine copiatrici con il nome di “Xerox”, registrandone il nome anche come marchio commerciale e aziendale.